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4.4 La diffusione della conoscenza e l’Encyclopédie.

  

    La conoscenza, nel suo dispiegarsi, implica anche i metodi e gli strumenti con i quali viene diffusa, e pone inoltre l’importante questione della sua presa nella coscienza dell’uomo al fine di sottrarla alle intossicazioni metafisiche. Fino al Settecento, e per millenni, la scena culturale era rimasta dominata dalla metafisica, produttrice di una falsa conoscenza, propinata ed imposta dall’alto a fini ideologici o politici. Vi è di più; nella realtà soltanto la classe colta, costituita da aristocratici o da religiosi, raccoglieva il patrimonio culturale, lo custodiva, lo secretava, lo manipolava, lo porgeva infine al popolo. Il livello più basso di questo, soprattutto in ambito rurale, dipendeva esclusivamente dal clero locale ed in particolar dai parroci, indiscusse autorità culturali e morali nel mondo contadino. Ora, con la cultura illuministica (o almeno con una parte significativa di essa), la metafisica si trovava per la prima volta nella storia costretta a passare alla difensiva e cercare di difendere le proprie posizioni, spesso con accortezza e talvolta con grossolanità ideologica. In ogni caso la battaglia era aperta e la stampa diventava il campo di battaglia di questa contrapposizione culturale, che opponeva una cultura dogmatica e statica a una cultura euristica e dinamica.

    Sono queste le ragioni per cui l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, che vede la luce nel 1751, è salutata dai Gesuiti, ancora monopolisti dell’istruzione, come “Bibbia satanica” [1]. E tuttavia, si badi bene, il modello didattico gesuitico è stato uno dei più completi, efficienti e meglio realizzati per lungo tempo, al fine di dotare una persona di una cultura religiosa ed umanistica vasta e profonda. Ma, se cerchiamo di capire, oggi, che cosa potesse esserci di satanico nell’Enciclopedia, non troveremo nulla di ciò che con quell’aggettivo ci induce a pensare. Essa non era per nulla irreligiosa, ma agli occhi dei contemporanei anti-illuministi possedeva due difetti imperdonabili e considerati satanici: quello di non considerare la teologia “regina delle scienze”, come già pensava Aristotele, e quello di fare della scienza profana, quella naturalistica, insieme alle attività pratiche ad essa connesse (ciò che oggi chiamiamo tecnologia), l’oggetto primario della trattazione. Ciò, quindi, che risultava intollerabile all’epoca in larghi strati del mondo cattolico (e molto meno in quello protestante) era che si potesse pensare di spodestare la teologia cristiana e la cultura classica umanistica dal trono culturale, osando portare allo stesso livello, e addirittura anteporvi, una cultura profana che sviava dai giusti fini dell’uomo. Ed un ulteriore elemento: l’Enciclopedia, e con essa molta cultura scientifica, avevano abbandonato il latino per sostituirvi il francese (e l’inglese in ambito anglosassone), un insulto alla tradizione e quasi una blasfemità.   

    Tra i diffusori della conoscenza scientifica è da annoverare l’interessante figura di Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757); un uomo raffinato e brillante che ebbe la ventura di diventare centenario e di vedere evolvere la cultura francese sino al pieno illuminismo. Per quanto di formazione prettamente umanistica, Fontenelle, che si sposterà poi verso interessi filosofici e scientifici, può essere considerato un notevole divulgatore della fisica cartesiana e un antesignano dei philosophes. Un intellettuale che si distingue per la sua spregiudicatezza, espressa in una prosa caratterizzata da uno stile brillante ed insieme irriverente e spiritoso. Per quanto fortemente attardato su Cartesio e latore della sua metafisica, gli va comunque riconosciuto un ruolo importante per la sua apertura mentale e per la sua attenzione alle novità, di cui è via via testimone interessato e attento. Nel 1688 pubblica la Digressione sugli antichi e sui moderni, con la quale si inserisce nella nota querelle introducendo idee originali e proponendo una sorta di teoria generale del progredire umano, basata sull’assunto che, poiché il progresso è dato dall’”accumulo” della cultura e delle conoscenze, esso non potrà mai arrestarsi e sarà continuo nel tempo.  Poco prima ha pubblicato una Storia degli oracoli, nella quale, utilizzando come tema di partenza le superstizioni pagane, giunge a stigmatizzare le credenze irrazionali in generale e quelle cristiane in particolare, generando non poche perplessità e turbamenti nel pubblico devoto. L’opera è importante anche per un'altra ragione, che il confronto tra loro le varie religioni, sia pure negli aspetti più negativi, fornendo di esse un primo esempio di “storia comparata”, molto in anticipo su una scienza storica che nascerà organicamente assai più tardi. Gli va riconosciuto, infine, il grande merito di aver avuto il coraggio, con la Conversazione sulla pluralità dei mondi del 1686,  di aver esposto in forma accessibile la teoria copernicana, in un momento in cui era sotto il tiro della censura ecclesiastica, mentre altri (pur convinti della sua validità) avevano preferito tacere. È per l’insieme di tali ragioni che a Bernard Le Bovier si può riconoscere un ruolo di proto-divulgatore della cultura.

    L’Encyclopédie è un’opera di divulgazione, una chiave che spalanca la porta della cultura illuministica; Diderot, nel proporla alla sottoscrizione, spiega nel Prospectus che il termine deriva dal greco kyklòs e che significa il circolare “concatenamento delle scienze”. Concetto che rispondeva a due metafore, una vegetale e una geografica. La prima è l’albero della conoscenza, che dava l’idea dello svilupparsi del conoscere da un tronco centrale e generale fin nei rami più particolari e periferici e che era già stato utilizzato da Ephraim Chambers per la sua Cyclopaedia, che Diderot e d’Alembert aveva assunto a modello. La seconda è il mappamondo, a proposito della quale d’Alembert, nel Discours préliminaire, spiega essere l’insieme dei luoghi della scienza e delle strade che li congiungono. Lo straordinario e il nuovo dell’ Encyclopédie sta non tanto nell’integrazione genealogica della conoscenza presente già in Chambers, ma nella ricategorizzazione delle conoscenze che lascia l’opera di questi e va a riallacciarsi a Bacone.

   Per quanto la genesi e la storia dell’Encyclopédie siano molto note qualche cenno rammemorativo sarà opportuno. L’impresa nasce dal progetto di traduzione della Cyclopaedia di Chambers, ma presto si intravede l’opportunità di un completo rifacimento; Diderot, nel 1747, assume l’incarico di pilotare l’impresa. Egli coopta D’Alembert nella direzione e per il coordinamento di ciò che concerne le matematiche; poi vengono chiamati a collaborare intellettuali come Montesquieu, Voltaire, Buffon, De Prades, Rousseau, Quesnay, Turgot, Bordeu, d’Holbach e numerosi altri.  Nel 1750 Diderot pubblica il Prospectus col piano dell’opera e lancia la sottoscrizione; in pochi mesi i sottoscrittori sono quattromila: l’opera può partire. L’anno dopo esce il primo volume, nel 1752 il secondo e il gesuita Journal de Trévoux incomincia a demolirla sostenendo che l’opera si propone: «di distruggere l’autorità regia, diffondere atteggiamenti d’indipendenza e ribellione, e, sotto termini oscuri ed equivoci, gettare le basi dell’errore, della corruzione dei costumi, dell’irreligione e dell’incredulità.» [2] Intanto però esce il terzo volume con l’importante Discorso preliminare di D’Alembert; la reazione cresce e il boicottaggio si intensifica con tutti i possibili mezzi d’informazione e persino a teatro. Gazzettieri prezzolati creano la leggenda dei Cacouacs enciclopedisti o filo enciclopedisti, dei quali tra l’altro si dice: «Questi selvaggi, graziosi e piacevoli a prima vista, sono di una specie pericolosa, perché hanno i veleno nascosto sotto la lingua. Sono i soli esseri della natura che facciano il male per il gusto di farlo.» [3] Chi legge oggi l’Encyclopédie fa veramente fatica a comprendere la ragione di tali giudizi, ma la scienza e la tecnica, all’epoca, potevano essere considerate “demoniche” per varie ragioni. Per esempio perché la cosmologia poteva mettere in forse la Genesi, perché la medicina dissacralizzava la mente come sede dell’anima, o perché la meccanica creava strumenti e macchine che riducevano la fatica e impigrivano, facilitando gli spostamenti, alterando i rapporti delle famiglie, creando conforts inducenti alla superficialità e al vizio.

    Quando nel 1758 appare il settimo volume le cose si sono messe male. D’Alembert scrive un articolo tanto imprudente quanto discutibile su Ginevra; i calvinisti insorgono. Alla negatività del Genéve si aggiunge il fatto in quei giorni Helvétius dà alle stampe De l’esprit, opera ritenuta blasfema che mette immediatamente in subbuglio le autorità, scatenando l’indignazione per l’impudenza dei nuovi empi. Nasce la necessità di un “giro di vite” per fermarli e anche l’Encyclopédie finisce sotto tiro. D’Alembert, sommerso dalle critiche e sovraesposto come condirettore abbandona, altri lo seguono, Diderot resta il solo a combattere la sua battaglia; poi, nel settembre del ’62, viene revocato il permesso di stampa e diffusione dell’opera. Ma nel 1766 la censura si allenta e tacitamente viene dato il consenso per la distribuzione degli ultimi dieci volumi, nominalmente risultanti stampati all’estero; nel decennio successivo escono gli undici volumi delle tavole. Diderot ricorderà più tardi: «Abbiamo avuto per avversari la corte, i grandi, i militari, […] i preti, la polizia, i magistrati, i letterati che non partecipavano all’impresa, il bel mondo […] » [4]  Oltre ai religiosi erano particolarmente seccati i militari, poiché l’Encyclopédie, di ispirazione pacifista, non aveva dedicato alcun articolo alla guerra se non in termini negativi e ciò, per la gloriosa ”casta dei guerrieri”, era intollerabile.  

    D’Alembert, prima del suo pusillanime ritiro, ha un funzione importante, poiché è colui che con le sue competenze imprime il taglio tecnico-scientifico che l’opera si propone sin dal titolo, che recita: Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, ad opera di una società di persone di lettere.  Egli è anche l’autore del lungo e complesso Discorso preliminare, che si pone come un vero e proprio manifesto dell’Illuminismo pieno di riferimenti a pre-illuministi come Bacone e Locke. Dopo una prima enunciazione degli scopi D’Alembert afferma:

 

Il primo passo da fare in tale ricerca è esaminare, ci si passi il termine, la genealogia e filiazione delle conoscenze, le loro cause, i loro caratteri distintivi; risalire in breve, all’origine e alla genesi stessa delle nostre idee. [5]

 

Già di queste poche parole i conservatori avevano seri motivi per preoccuparsi. Si tratta di un programma di ”rilettura” della storia delle conoscenze, della loro formazione, del loro accumulo; ed insieme di una  “rifondazione” di esse ai “nuovi lumi”. Si ribadisce che i sensi sono la fonte della conoscenza e con essi il corpo diventa, come loro sede, oggetto prevalente di studio rispetto ad un’anima che è stata per millenni al centro dell’attenzione speculativa. D’Alembert nota:

 

Molti filosofi hanno attribuito siffatta tendenza [a riconoscere ai corpi esistenza reale] all’influsso di un essere superiore, stimando questo la prova più conveniente dell’esistenza degli oggetti stessi. In effetti, non essendovi rapporto alcuno tra una sensazione e l’oggetto che la genera – o, almeno, al quale noi lo riferiamo – non sembra che si possa trovare con il ragionamento alcuna possibile mediazione tra l’uno e l’altra: solo una sorta di istinto, più sicuro della ragione medesima, può farci compiere un passo così lungo. E tale istinto è così forte in noi che supponendo per un momento che, annullati gli oggetti esterni, esso continui a sussistere, l’improvvisa ricomparsa di quei medesimi oggetti non potrebbe renderlo più forte. Possiamo dunque stabilire senza incertezze che le nostre sensazioni hanno effettivamente fuori di noi la causa che attribuiamo loro; poiché l’effetto che può derivare dall’esistenza reale di siffatta causa non potrebbe essere in nessun modo diverso da quello che proviamo. [6]  

 

    La percezione che abbiamo dei corpi ha una relazione diretta con l’esistenza dei corpi stessi. Asserzione ovvia, ma che in un’epoca in cui forte era la presa del tendenziale immaterialismo di Malebranche, e soprattutto di quello esplicito di Berkeley, doveva essere ribadita con forza dalla comunità scientifica.  La ricerca consiste eminentemente nell’individuazione di elementi della realtà, nella scoperta dei fenomeni in cui si estrinsecano, nella definizione delle modalità combinatorie e nel calcolo. Da ciò:

 

I risultati di siffatte combinazioni, generalizzati, saranno appunto calcoli aritmetici simboleggiati o rappresentati mediante l’espressione più semplice e breve che la loro generalità consente. La scienza o l’arte di designare in tal modo i rapporti è l’algebra. […] generalizzando ancora le nostre idee perveniamo a quella parte principale delle matematiche e di tutte le scienze naturali. Che è detta scienza delle grandezze in generale; è questo il fondamento di tutte le scoperte che si possono fare circa la  quantità, ossia riguardo a tutto ciò che è suscettibile di aumento o diminuzione. [7]­­                    

   

La matematica costituisce « il limite estremo » della «contemplazione della materia », cioè dell’astrazione sul reale e «se tentassimo di procedere oltre, usciremmo totalmente dall’universo materiale.» D’Alembert pone un paletto chiaro: se l’oggetto d’indagine è il reale cosmico le matematiche costituiscono il confine estremo dell’astrazione. Oltre essa ci sono soltanto le fantasie metafisiche.

    La scienza non deve limitarsi a “fare scienza”, ma deve anche comunicarsi, diventare di dominio comune, perciò: «La scienza della comunicazione delle idee non consiste soltanto nell’ordinamento delle idee; insegna altresì a esprimere ciascuna idea nel modo più netto possibile e perfezionare i relativi segni; gli uomini hanno fatto questo per gradi.» [8]  Quello della cultura è un processo di accumulo che procede gradualmente per aggiunte e perfezionamenti come “ordinamento” del sapere. Ma per essere comunicabile deve assumere una “segnatura” adeguata, cioè il linguaggio adatto, e trasmettersi con i mezzi più efficaci e opportuni. Chi impara non deve doverlo fare a fatica e rischiare di essere dissuaso dall’ apprendimento di nuove cose, sì da «non arrestarsi a quelle già acquisite.» [9]  Il Nostro, dopo aver accennato alle connotazioni della grammatica e definito le nozioni della retorica «pedantesche puerilità», fornisce alcuni giudizi e precisazioni circa varie discipline come la cronologia, la geografia, la storia, la politica, le arti figurative, la poesia. Osserva poi:

 

Speculazione e pratica costituiscono il principale criterio distintivo tra le scienze e le arti; seguendo più o meno tale distinzione si è dato l’uno o l’altro nome ad ogni nostra conoscenza. Bisogna tuttavia riconoscere che non abbiamo ancora idee ben precise in merito. Spesso non sappiamo che nome dare alla maggior parte delle nostre conoscenze nelle quali la speculazione si salda alla pratica; si discute quotidianamente nelle scuole, ad esempio, se la logica sia un’arte o una scienza; il problema sarebbe bell’e risolto se si rispondesse che è l’una e l’altra cosa. [10]   

 

La volontà di ordinare, di classificare, di definire, di formalizzare le discipline spesso rischia esiti inadeguati o confusi; ciò è facilmente evitabile lasciando che una disciplina sia “quel che è”, senza creare contenitori nominalistici da riempire. Una stessa disciplina può essere speculativa e pratica nello stesso tempo in ragione dei suoi “momenti operativi”, sicché:

 

Si può definire in generale arte ogni sistema di conoscenze riducibile a regole positive, invariabili e indipendenti dal capriccio e dall’opinione. E si potrebbe dire in tal senso che molte delle nostre scienze, considerate dal punto di vista prativo, sono arti. […] Donde la distinzione delle arti in liberali e meccaniche, e la superiorità concessa alle prime rispetto alle seconde: concessione indubbiamente ingiusta sotto vari punti di vista. [11]    

 

Il problema della nominazione e della distinzione assume importanza per un’opera come un’enciclopedia, anzi per un «dizionario ragionato sulle scienze, le arti e i mestieri » che deve informare e acculturare. Per fare un esempio: in quale misura curare la salute è una scienza (studiare il corpo umano), in quale un arte (saper adottare il farmaco adatto), in quale un mestiere (saper tagliare i tessuti e ricucirli)? È questo il problema qui posto da D’Alembert e quindi la proposta (d’accordo con Diderot) di una riconsiderazione del concetto di mestiere come “arte meccanica” e della sua rivalutazione:

 

Il disprezzo per le arti meccaniche sembra aver colpito fino a un certo punto anche i rispettivi inventori. I nomi di questi benefattori del genere umano sono pressoché sconosciuti, mentre la storia dei suoi distruttori – vale a dire dei politici e dei conquistatori – non è ignota a nessuno. Eppure, forse, bisogna andare a cercare presso gli artigiani le più ammirevoli prove di sagacia, di pazienza, di ingegnosità. [12]    

 

Problema culturale assai importante, di cui era già perfettamente consapevole Galileo, il quale, dopo aver speculato e sperimentato nel suo studio, andava a vedere il lavoro degli artigiani per capire il modo in cui risolvevano i problemi pratici contingenti. Teoria e prassi ineriscono alla scienza, e la conoscenza scientifica dipende essenzialmente da due tipi di giudizio: l’evidenza e la certezza:  

 

L’evidenza appartiene propriamente alle idee delle quali lo spirito coglie immediatamente il nesso; la certezza a quelle la cui connessione può essere conosciuta soltanto grazie ad un certo numero di idee intermediarie; oppure, il che è lo stesso, grazie a proposizioni la cui identità con un principio in sé evidente può essere scoperta soltanto mediante un giro più o meno lungo; […] Si potrebbe dire inoltre – prendendo le parole evidenza e certezza in un altro senso – che la prima è il risultato delle sole operazioni dello spirito e riguarda i ragionamenti metafisici; la seconda invece designa più propriamente gli oggetti fisici, la cui conoscenza è frutto della testimonianza costante  e immutabile dei sensi. [13]  

 

L’ « altro senso » è quello della metafisica quando autoreferenzialmente recita il ”è evidente” se i meccanismi logici sono rispettati, ma ciò spesso non porta alcuna conoscenza della realtà fisica. Una realtà che implica la pluralità delle conoscenze per esaurirne l’indagine o quanto meno renderla adeguata. Ed allora: «il sistema delle conoscenze è infine composto da diverse branche, molte delle qual convergono verso un medesimo centro » [14] E la realizzazione di un ordine enciclopedico «consiste nel collocare il filosofo, per così dire, al di sopra di questo vasto labirinto, in un punto di osservazione assai elevato, donde egli possa abbracciare tutte insieme le principali arti e scienze ». Ma egli deve anche saper «distinguere le branche generali delle conoscenze umane, i punti che le separano o le uniscono, e talvolta persino intravvedere le vie segrete che le pongono in comunicazione tra loro.» [15] La filosofia non può mai essere metafisica, a questa essa è radicalmente alternativa nel suo rapporto con la scienza, le cui vie segrete, essa sola, può intravvedere con il tipo d’indagine che le è propria.

    Relativamente all’organizzazione dell’Encyclopédie, per quanto concernente una grande pluralità di discipline e temi, ci si è attenuti a criteri rigorosi e con ordine: «L’ordine enciclopedico non presuppone affatto che tutte le scienze siano direttamente connesse le une con le altre. Sono rami che partono da un medesimo ronco, l’intelletto umano. Questi rami spesso non hanno tra loro alcun legame immediato, e molti si riuniscono soltanto nel tronco.» [16] La metafora dell’albero della conoscenza riceve qui un’ulteriore lettura, che vede la mente umana come il tronco a cui si uniscono i rami delle conoscenze particolari memorizzate. Ma quest’intelletto può anche agire in senso mistificatorio:

 

Mentre avversari ignoranti o malevoli combattevano apertamente la filosofia, essa cercò rifugio, per così dire, nelle opere di alcuni grandi: i quali, senza nutrire la pericolosa ambizione di far cadere la benda dagli occhi dei loro contemporanei, preparavano da lungi, nell’ombra e in silenzio, la luce che a poco a poco, per gradi insensibili, avrebbe illuminato il mondo. [17]

 

I Lumi sono nati nel silenzio e nell’ombra, per costruire una sapere nuovo, ma senza la pretesa di sbendare d’un sol colpo l’ignoranza dei molti. Poiché le bende sono tenute ben strette dall’anti-filosofia, che opera alla luce del sole sugli scranni universitari e dai pulpiti. E: «A capo di questi illustri personaggi dobbiamo porre l’immortale cancelliere d’Inghilterra, Francesco Bacone.» [18] Ma l’Encyclopédie nasce anche per rendere il dovuto in obscuram memoriam delle migliaia di ignoti ricercatori o di umili artigiani i quali, attraverso il loro ancor più oscuro e silenzioso lavoro, hanno con le loro intuizioni e coi loro strumenti reso possibile l’inarrestabile crescita dell’albero della conoscenza nel Secolo dei Lumi.   

  

 



[1] U. Im Hof, cit.,p.169.

[2] D’Alembert-Diderot, La filosofia dell’Encyclopédie, a cura di P.Casini, bari, Laterza 1966, p.12.

[3] Ivi, p.13.

[4] Ivi, p.14.

[5] Ivi, p.44.

[6] Ivi, p.47.

[7] Ivi, p.57.

[8] Ivi, p.69.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p.77.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p.79.

[13] Ivi, p.81.

[14] Ivi, p.83.

[15] Ivi, p.84.

[16] Ivi, pp.89-90.

[17] Ivi, p.105.

[18] bidem.